16 Novembre 2014
Se l'architettura del trittico per duo violinistico dedicato a Manrico Padovani e Natasha Korsakova vive di contrasti e risonanze, il secondo tassello ci conduce nel cuore più intimo e riflessivo dell'intera raccolta. Depositata alla S.I.A.E. il 1° dicembre 2014 - a pochissima distanza dalla fulminea nascita del Cantico dell’Alba - Elegia al Tramonto si rivela come una pagina intimista, speculativa e intrisa di una densa carica emozionale.
L'opera abbandona il dinamismo fanciullesco per farsi Adagio, un'elegia sussurrata in cui la materia musicale si spoglia per dare voce a uno dei sentimenti più profondi dell'esperienza umana: la mancanza fisica dell'altro e la capacità del pensiero di annullare ogni distanza geografica.
Il brano è scritto nella tonalità di Mi bemolle maggiore, una scelta cromatica che infonde alla pagina una spiccata introspezione e una dignità quasi sacrale. L'inizio è affidato a un pianissimo dei due violini: le due voci avanzano in punta di piedi, emergendo dal silenzio per incontrarsi in una sorta di ouverture spirituale, legandosi l'una all'altra come in una preghiera condivisa.
L'intensità emotiva di questa introduzione descrive la lontananza e il desiderio. Visivamente, la musica evoca due amanti distanti, separati dai contesti della vita: uno immerso nel profilo geometrico di uno scenario metropolitano, l'altra immersa nel silenzio di una natura lontana dal rumore del mondo. Eppure, nel medesimo istante, entrambi si fermano alla finestra a osservare la stessa Luna. In quel frammento di tempo sospeso, i loro sogni e la sofferenza per la mancanza reciproca si fondono, dimostrando che il pensiero può raggiungere l'altro anche attraverso il vuoto della distanza.
La malinconia iniziale non rimane statica, ma evolve verso una presa di coscienza potente. Nella sezione centrale, la partitura subisce una metamorfosi espressiva. Pur rimanendo rigorosamente all'interno del tempo di Adagio, la scrittura passa dalla distensione formale di minime e semiminime a un fitto e serrato tessuto di crome, semicrome e biscrome, muovendosi in tempo tagliato.
Questo stratagemma di pura tecnica compositiva genera un'accelerazione apparente: il metronomo resta invariato, ma la densità delle note si fa fitta, regalando all'ascoltatore l'illusione psicologica di un movimento più mosso. In questo spazio, la forma del canone si materializza come una comprensione reciproca assoluta. L'idealizzazione del rapporto si fa carne e presenza; le due voci si sfiorano, lottano insieme per la propria libertà di amarsi e sanciscono la sacralità di un amore voluto e custodito.
Esaurito il vigore del canone, la partitura ritorna gradualmente all'essenza iniziale, ripiegandosi sul piano dell'attesa e su quel sentimento malinconico che accompagna lo sguardo sul giorno che muore. Tuttavia, la conclusione non reca con sé alcuna rassegnazione.
L'opera si chiude su una suggestiva nota di sospensione. L'idealizzazione di questo legame tra anime lontane esce dal percorso fortificata, vivida e tangibile. Gli ultimi accordi lasciano nell'aria una promessa e una certezza: ci sarà un domani, ci sarà un insieme. È uno sguardo conscio sul tramonto, che tuttavia custodisce la speranza immutabile di un'alba meravigliosa. All'interno del trittico, Elegia al Tramonto si colloca come una parentesi di pura sospensione, un centro di gravità emotivo che si integra perfettamente nell'intera opera, offrendo un momento di transizione spirituale che prescinde dall'ordine esecutivo scelto dagli interpreti.
Maestro Mongiusti, "Elegia al Tramonto" è stata depositata pochissimi giorni dopo "Il Cantico dell’Alba", eppure la transizione emotiva è netta. Come è avvenuto questo passaggio?
«I brani appartengono allo stesso periodo creativo, ma esplorano due condizioni dell'anima speculari. Nell'Elegia ho voluto indagare la dimensione del desiderio che sfida la lontananza. Ho scelto la tonalità di Mi bemolle maggiore proprio perché i suoi tre bemolli in chiave conferiscono al violino una sonorità calda, raccolta, quasi vellutata. Il brano inizia in pianissimo, con i due strumenti che si muovono in punta di piedi per dare forma a una preghiera laica e condivisa. Nella mia mente c'era un'immagine molto definita: due persone lontane, una nel mezzo del rumore metropolitano e l'altra nel silenzio, fuori dalla città. Entrambe, alla stessa ora, si affacciano alla finestra per guardare la Luna. In quel momento avvertono lo stesso vuoto, la stessa mancanza, ma è proprio lì che i loro pensieri si toccano e si riconoscono.»
La sezione centrale del brano dà l'impressione di un cambio di tempo, ma la partitura dice il contrario. Ci spiega questa apparente contraddizione?
«È un piccolo inganno percettivo che amo molto. L'indicazione agogica rimane Adagio dall'inizio alla fine del brano; metronomicamente non c'è alcuna accelerazione. Tuttavia, la scrittura passa improvvisamente in tempo tagliato, e le figure musicali si stringono, evolvendo in un fitto intreccio di crome, semicrome e biscrome. Le note scorrono più veloci sotto le dita dei violinisti, e questo genera nell'ascoltatore l'illusione psicologica di un tempo più mosso. Strutturalmente, questo dinamismo si sviluppa in un canone, dove una voce segue l'altra a specchio. In quel momento, l'attesa malinconica si trasforma in azione e consapevolezza: le due anime si sfiorano, si uniscono nel movimento e lottano insieme per difendere la sacralità e la libertà del proprio amore. Non è più solo un sogno sospeso, è la volontà potente di esistere insieme.»
Il finale ritorna alla malinconia dell'inizio, ma non lascia un senso di tristezza. Qual è il messaggio delle battute conclusive?
«Il finale rientra nel silenzio e nell'attesa, ma reca con sé la consapevolezza di ciò che è accaduto nella sezione centrale. La lontananza fisica rimane, ma l'idealizzazione del rapporto ne esce fortificata, più reale della distanza stessa. La conclusione resta sospesa, come una domanda che contiene già in sé la risposta. È uno sguardo sul tramonto e sul giorno che muore, ma con la certezza assoluta che la notte passerà. Gli ultimi suoni dicono di sì, dicono che quell'unione avverrà. Per questo il brano è una sospensione necessaria all'interno del trittico: una transizione che prepara l'orecchio e lo spirito a ciò che verrà dopo, qualunque sia l'ordine scelto da chi esegue l'opera.»

«Due anime possono contemplare cieli distanti e non sfiorarsi mai con la mano, ma se guardano lo stesso orizzonte, il loro pensiero annulla lo spazio, trasformando la lontananza nella più sacra delle presenze.»
(Stefano Mongiusti)