CANTICO DELL’ALBA

28 Novembre 2014

DAL TRITTICO "PADOVANI - KORSAKOVA" OP.19

Il Cantico dell’Alba, Op. 19: Il Dialogo Ritrovato tra Due Anime Simili

Nel panorama della musica contemporanea per archi, il duo violinistico rappresenta una delle sfide compositive più affascinanti e insidiose: spogliare l'ordito musicale fino all'essenziale per far emergere la purezza del contrappunto e la vicinanza espressiva degli interpreti. È da questa premessa, e dall'incontro con due straordinari virtuosi di livello internazionale come Manrico Padovani e Natasha Korsakova, che il 28 novembre 2014 è nato Il Cantico dell’Alba, Opera 19.

Il brano costituisce un tassello fondamentale di un più ampio trittico che comprende anche Idillio a tarda sera e Elegia al tramonto, interamente concepito e dedicato ai due celebri violinisti in segno di profonda stima e autentica amicizia. Manrico e Natasha hanno saputo accogliere questa pagina musicale portandola e interpretandola sui palcoscenici di tutto il mondo, inclusa la prestigiosa cornice di Lucca Classica, dove l'opera è stata eseguita. Nella stessa incisione discografica della composizione è custodito il loro prezioso e virtuosistico contributo, capace di restituire appieno il vigore, la brillantezza e l'esatta misura della scrittura.

Genesi dell'Opera: l'urgenza della creazione

Dietro alla partitura si cela un aneddoto particolare che svela la natura spontanea di questa pagina. Sollecitato a scrivere qualcosa che potesse valorizzare il talento di due interpreti così formidabili, il compositore è stato colto da un'ispirazione subitanea e travolgente. L'intero impianto musicale del brano è stato infatti concepito e interamente composto in un solo giorno, il 28 novembre 2014. Il giorno successivo è rimasto unicamente dedicato al lavoro metodico della stesura in bella copia digitale, un passaggio necessario per superare le naturali imperfezioni della grafia manoscritta d'impulso e consegnare agli interpreti una partitura impeccabile e immediatamente leggibile. Questa immediatezza creativa riflette perfettamente la freschezza del materiale tematico, nato di getto come un'esclamazione dell'animo.

La Struttura, lo Spirito e il Libero Arbitrio Esecutivo

Lungi dal voler cedere alla tentazione di un virtuosismo fine a se stesso – dove l'artificio tecnico rischia spesso di prevalere sulla forma, sull'orecchiabilità e sul senso autentico del discorso – la scelta si è orientata verso una direzione diametralmente opposta. L'intento profondo è stato quello di dar vita a una sorta di canto speziato, vibrante e denso di vitalità, capace di preservare un'immediata cantabilità. Il motivo principale, limpido e immediato, possiede la qualità di imprimersi nella memoria sin dal primo ascolto, rimanendo subito impresso nello spirito di chi ascolta.

L'opera si sviluppa attraverso un impianto strumentale speculare:

Inizialmente, Il Cantico dell’Alba era stato ideato dal compositore come brano di chiusura del trittico. Tuttavia, durante le prime prove, Manrico e Natasha suggerirono di sperimentare una differente disposizione, eseguendolo in apertura e lasciando a Idillio a tarda sera il ruolo di suggello finale. Il dialogo e il confronto successivo con altri violinisti e musicisti hanno dato vita a un affascinante dibattito critico su come la percezione dell'intera architettura cambie radicalmente semplicemente invertendo l'ordine dei fattori. Di fronte a questa ricchezza interpretativa, il Maestro Mongiusti ha scelto di non imporre una rigida verità strutturale, bensì di concedere il totale libero arbitrio a chi esegue il trittico: i musicisti avranno la piena facoltà di presentare Il Cantico dell'Alba come primo o come ultimo pezzo della raccolta, celebrando così la natura aperta e viva della partitura.

La Gioia dell'Incontro come Orizzonte Esistenziale

Al centro del Cantico dell’Alba non vi sono complesse speculazioni teoriche, ma i sentimenti più radiosi dell'esperienza umana: la gioia pura dell'incontro, l'entusiasmo di vedere e scoprire il mondo, e la celebrazione stessa della vita.

I due violini non si limitano a sovrapporsi o a rincorrersi per pura esibizione di bravura, ma conversano stabilendo un'affinità rara. È il ritratto in note di un dialogo tra due anime simili che si riconoscono e celebrano insieme la luce del mattino, offrendo all'ascoltatore un'esperienza di luminosa, autentica e condivisa felicità.

Dietro le quinte: Breve colloquio con il compositore

Come è nata l’idea di cimentarsi con una formazione così particolare come il duo violinistico?

«Tutto è nato in modo estremamente naturale e senza alcuna pretesa, durante una conversazione amichevole con Manrico Padovani. Stavamo chiacchierando del più e del meno quando, quasi per gioco, mi disse: "Senti, perché non provi a scrivere un pezzo per due violini, per me e Natasha?". Ho accettato la sfida con entusiasmo e un pizzico di ironia, pur essendo perfettamente consapevole delle insidie tecniche che una simile formazione comporta. Scrivere per due violini soli, senza il sostegno di un basso continuo, di un pianoforte o di un tessuto orchestrale che faccia da tappeto e da accompagnamento, è un esercizio di sottrazione difficilissimo. C'è il rischio costante che la struttura perda di consistenza o che l'ascolto risulti spoglio. La vera sfida era mantenere un senso melodico fluido, continuo e gradevole all'orecchio, facendo sì che le due voci, sovrapponendosi, creassero un contesto armonico compiuto e funzionante. Man mano che scrivevo, mi sono reso conto con gioia che l'architettura reggeva e che stava nascendo qualcosa di buono.»

Ascoltando il brano, si percepisce una freschezza quasi visiva. Quale immagine ha guidato la sua mente durante la composizione?

«Nel continuo botta e risposta tra i due strumenti, la fantasia non può che lasciarsi trasportare verso l'immagine di due anime fanciullesche, capaci di ritrovare la gioia pura del gioco e di rincorrersi abbandonandosi alla spensieratezza più totale. È, a modo suo, un piccolo inno alla felicità che scaturisce proprio da questo incontro. Mi piace immaginare questi due violini come due uccellini che volano liberi, che giocano e si rincorrono nel cielo. Non c'è gravità, non ci sono sovrastrutture: c'è solo il dialogo meraviglioso tra due entità che celebrano, insieme e con assoluta leggerezza, la bellezza della vita.»

Il brano è stato composto in tempi straordinariamente brevi. Ci racconta quel giorno?

«Sì, Il Cantico dell’Alba è l'ultimo brano del trittico, ma ha avuto una genesi fulminea che ha lasciato stupefatti gli stessi Manrico e Natasha, e che ha meravigliato me per primo. La sera prima ne avevamo discusso, e il giorno successivo l’opera era già interamente concepita e scritta. L'ispirazione è stata così limpida che la musica è fluita sulla carta in un solo giorno. Ricordo che l'unico vero ostacolo è stato... la mia calligrafia! Quando scrivo di getto, la mia scrittura musicale sullo spartito diventa davvero indecifrabile. Per questo motivo, il giorno seguente l'ho dedicato interamente al lavoro da copista, trasponendola al computer per renderla leggibile e dare agli interpreti una partitura all'altezza del loro virtuosismo. Vedere poi questa pagina viaggiare nel mondo ed essere eseguita in festival importanti come Lucca Classica è stata la gratificazione più grande per un'opera nata da un semplice e autentico dialogo tra amici.»

«Scrivere per due sole voci è un esercizio di sottrazione: solo quando si accetta il silenzio intorno, la melodia può finalmente volare libera, leggera come il primo chiarore del mattino.» (S. Mongiusti)